L’imperatore Tiberio Giulio Cesare Augusto governò l’Impero Romano dal 14 al 37 D.C.

Tiberio, abbandonò la caotica Roma e decise di comandare il mondo con lo sguardo fisso ai Faraglioni di Capri.

Tiberio è stato diversamente denominato: un precursore dell’esistenzialismo di Sartre, un grande imperatore, un pervertito, come maliziosamente afferma Svetonio.

Fu certamente uno dei più convinti amanti dell’isola, dove si fece costruire ben dodici ville.

La più grandiosa è Villa Jovis, una magnifica dimora, alta sulla roccia, dalla quale il panorama che si gode è stupefacente. Come uno sceicco odierno, il buon Tiberio pensò bene di curare le sue malinconie con il clima ed il panorama di Capri, scendendo in portantina fino alla sua spiaggia privata dove si bagnava in un’acqua il cui azzurro doveva essere assoluto

Villa Jovis è estesa su un’area di circa 7.000 metri quadri e domina l’intero promontorio di Monte Tiberio e la conca che scende verso Cesina. La vista che si può godere dal lato nord abbraccia buona parte del Golfo di Napoli, spaziando dall’Isola di Ischia fino a Punta Campanella, mentre il lato sud affaccia sul centro di Capri.

Le sue caratteristiche architettoniche ricordano quelle delle classiche ville del periodo romano, ma anche quelle di una piccola fortezza. Al centro si trovavano le cisterne per la raccolta delle acque piovane, risorsa fondamentale su un’isola priva di fonti naturali, usate sia come acqua potabile che come riserva destinata alle terme che si articolavano nei classici ambienti del apodyterium, frigidarium, tepidarum e calidarium.

L’alloggio dell’imperatore e dei sui fedeli si trovava a nord, ad ovest c’erano gli alloggi dei servi mentre ad est la sala del trono.

A Villa Jovis c’era anche un faro che veniva utilizzato per le comunicazioni con la terraferma. Questo però crollo con un terremoto che distrusse buona parte della villa pochi giorni dopo la morte di Tiberio.

I resti di Villa Jovis sono stati ignorati per anni e molti reperti sono andati persi. Altri si trovano al Museo Archeologico a Napoli e alcuni marmi sono stati utilizzati per la costruzione della chiesa di Santo Stefano. Solo nel 1932 gli scavi sono stati recuperati e valorizzati.

Tiberio si trasferì definitivamente a Capri nel 27 D.C. a seguito di un forte eritema che gli colpì il viso. A Villa Jovis amava ospitare uomini di studio, letterati ed astrologi.

Ma vi invitò anche cortigiane e cortigiani per il suo piacere personale, tanto che lo storico del tempo, Svetonio, racconta che nelle sue camere collezionasse dipinti erotici di fattura greca, non per amore dell’arte, bensì per trarne ispirazione durante le frequenti ed amate orge in cui adorava “impegnarsi”.

Di tutti i tempi, Tiberio fu certamente il turista più affezionato e più celebre.

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Cortona Antiquaria è la mostra d’antiquariato più antica d’Italia ed avrà luogo dal 24 agosto all’8 settembre nella suggestiva location di palazzo Vagnotti, nel cuore della pittoresca cittadina toscana.

Cortona è un luogo magico, adagiato nel cuore della Valdichiana, poco lontano dal lago Trasimeno.

Passeggiare nel centro storico è un’esperienza suggestiva, sembra di vivere in un’epoca lontana, dove tutto è ancora genuino, essenziale, a “misura d’uomo”.

Delizioso sedersi sulla imponente scalinata del Palazzo del Capitano del Popolo e guardare l’andirivieni di turisti, soprattutto inglesi, che passeggiano per la piazza della Repubblica.

Imperdibile sorseggiare un caffè seduti in uno dei numerosi café affacciati su Piazza Signorelli su cui si ergono l’omonimo Teatro e il Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona (MAEC).

Nel Museo della Città etrusca e romana di Cortona, istituito nel 1727, si trova una sezione dedicata alla città di Cortona, con i preziosi corredi funerari delle tombe etrusche rinvenute nel territorio circostante, le ceramiche e la famosa Tabula Cortonensis, un documento etrusco di tipo contrattuale scritto su bronzo e assai raro. Ci sono poi sale dedicate alla Cortona romana e tardo-antica. La sezione delle sale dell’Accademia espone le opere in possesso della più importante istituzione culturale cittadina. Di maggiore pregio e veri e propri “simboli” della cultura cortonese sono da ricordare il lampadario etrusco in bronzo, la raccolta di ceramiche e bronzi etruschi e romani, la collezione Corbelli di materiali della civiltà egizia, la serie di opere del pittore cortonese Gino Severini, uno dei fondatori del futurismo. Vengono inoltre presentati molti materiali archeologici provenienti dalla città e dal territorio.

Da visitare anche il Museo Diocesano del Capitolo di Cortona, proprio vicino a palazzo Vagnotti, sete di Cortona Antiquaria. Nasce alla fine della Seconda Guerra Mondiale per volontà del Vescovo Giuseppe Franciolini e del Capitolo della Cattedrale con lo scopo di tutelare, conservare e dare degna e appropriata collocazione agli straordinari capolavori provenienti dalle chiese, dai conventi e dagli oratori di Cortona e della sua diocesi. Raccoglie al suo interno le grandiose opere d’arte di Beato Angelico, Bartolomeo della Gatta, Lorenzetti, Luca Signorelli, Giuseppe Maria Crespi e Francesco Capella, insieme ad arredi liturgici, reliquiari e paramenti sacri di notevole valore storico ed artistico; ricordiamo particolarmente l’Annunciazione del Beato Angelico, la Deposizione del Signorelli, l’Estasi di Santa Margherita del Crespi, il Reliquiario Vagnucci e il Parato Passerini, realizzato su disegni di Raffaellino del Garbo e Andrea del Sarto.

Alcuni dei capolavori più conosciuti del museo trovano oggi collocazione nella suggestiva chiesa del Gesù: l’Annunciazione e il Trittico del Beato Angelico, la Croce del Lorenzetti, il Trittico del Sassetta, l’Assunta di Bartolomeo della Gatta. Dove un tempo era l’altare maggiore fa splendida mostra di sé il quattrocentesco fonte battesimale di Ciuccio di Nuccio, originariamente in Cattedrale.

Con un minimo sforzo fisico, facendo una breve passeggiata, si raggiunge la basilica di Santa Margherita, patrona della città. Posizionata nella parte alta del borgo, in un’incantevole posizione, fu costruita su disegno di Giovanni Pisano dopo la morte della Santa avvenuta alla fine del 1200. Venne arricchita da pitture e sculture soprattutto di scuola senese. Venne successivamente trasformata in chiave barocca ma è possibile ancora ammirare il ricco mausoleo di marmo di Scuola Senese nella parete sinistra del transetto, l’urna della Santa, opera di Pietro da Cortona e, nell’altare di fondo della navata destra, un prezioso Crocefisso in legno, già nella chiesa di San Francesco, opera di un artista ignoto dei primi anni del 1200, davanti al quale Margherita pregava.

Per ultimo in lista, ma non in ordine d’importanza, l’esperienza culinaria è ineccepibile. Nei numerosi locali tipici si può veramente assaporare il gusto della terra Toscana: la ribollita, i funghi di stagione, i salumi della vicina Nocia, i formaggi del territorio, tutto accompagnato da vini che deliziano il palato e la mente.

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“Non c’è realtà permanente ad eccezione della realtà del cambiamento; la permanenza è un’illusione dei sensi.”

Eraclito fu un filosofo greco nato il 535 a.C. ad Efeso e morto nel 475 a.C.  sempre ad Efeso.

Eraclito fu uno dei maggiori pensatori presocratici. Il suo pensiero risulta particolarmente difficile da comprendere ed è stato interpretato nei modi più diversi a causa del suo stile oracolare e della frammentarietà nella quale ci è giunta la sua opera. Eraclito aveva comunque fama di cripticità già nella sua epoca. Ad esempio Aristotele, che si suppone ne abbia letto integralmente l’opera, lo definisce «l’oscuro»; persino Socrate ebbe problemi a comprendere gli aforismi dell’«oscuro», sostenendo che erano profondi quanto le profondità raggiunte dai tuffatori di Delo. Eraclito influenzò in vario modo i pensatori successivi: da Platone allo stoicismo, la cui fisica ripropone in gran parte la teoria eraclitea del logos.

Logos significa scegliere, raccontare, enumerare, parlare, pensare.

Eraclito sosteneva che il Logos doveva essere una “legge universale” che regola secondo ragione e necessità tutte le cose: «Nessuna cosa avviene per caso ma tutto secondo logos e necessità.»

Eraclito diceva che agli uomini è stata rivelata questa legge ma essi continuavano ad ignorarla anche dopo averla ascoltata. Il Logos appartiene a tutti gli uomini ma in effetti ognuno di loro si comporta secondo una sua personale phronesis, una propria saggezza. I veri saggi invece sono quelli che riconoscono in loro il Logos e ad esso s’ispirano come fanno coloro che governano la città adeguando le leggi alla razionalità universale della legge divina.

Eraclito è passato alla storia anche come il filosofo del divenire, legato al motto Pánta rhêi, espressione che vuol dire tutto scorre. Egli crede che ogni cosa è soggetta al tempo e alla trasformazione, per questo anche ciò che sembra statico e fermo, in realtà è dinamico e in movimento.

Pánta rheî, questo celebre aforisma, è stato attribuito ad Eraclito, da Platone che, nel suo Cratilo scrive: «Dice Eraclito “che tutto si muove e nulla sta fermo” e confrontando gli esseri alla corrente di un fiume, dice che “non potresti entrare due volte nello stesso fiume”».

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Caravaggio Experience al Castello di Desenzano fino al 13 ottobre 2019: un viaggio esplorativo alla scoperta delle tecniche, dei temi e dei segreti di uno dei più grandi innovatori della storia dell’arte.

Grazie alla regia di Stefano Fomasi, fondatore di The Fake Factory, una spettacolare videoinstallazione immergerà il pubblico in cinquantotto opere e nella vita di Michelangelo Merisi attraverso un’iniziativa totalizzante da un punto di vista estetico, ma anche emotivo e sensoriale. I visitatori, per la durata di cinquanta minuti, prenderanno parte a uno spettacolo fatto di proiezioni, musiche e fragranze olfattive, in un’esperienza cangiante e interattiva dell’opera d’arte.

La videoinstallazione è divisa in sezioni e ciascuna di esse indagherà un tema “caravaggesco”: dalla ricostruzione degli studi sulla luce, all’analisi dei processi compositivi, passando per la rappresentazione della natura e della violenza fino a un tour virtuale nei luoghi della vita del pittore.

Dopo il successo di pubblico registrato a Roma, Torino, Rimini e Città del Messico, Caravaggio Experience viene presentato anche al Castello di Desenzano grazie al contributo del Gruppo MilanoCard e di Medialart che con questa nuova iniziativa confermano la propria volontà di offrire al pubblico una proposta culturale di alto profilo e allo stesso tempo un’esperienza inedita che accompagna anche i meno esperti alla conoscenza del grande maestro.

https://www.caravaggioadesenzano.it/

 

Contemplazioni: i visionari al Mu.Sa di Salò, museo di Salò in via Brunati, a cura di Vittorio Sgarbi, fino all’8 dicembre: la mostra è un susseguirsi di camere delle meraviglie articolato in cinque sezioni, ognuna dedicata a un artista contemporaneo. Il MuSa diventa così il luogo mistico in cui poter incontrare le alchimie di Agostino Arrivabene, il mondo fantastico e indecifrabile di Luigi Serafini, le presenze di Domenico Gnoli, l’aldilà di Cesare Inzerillo e la prorompente ricerca di Gaetano Pesce. Cinque contemporanei (l’unico non vivente è Gnoli) per una mostra intensa e suggestiva nelle sue molteplici sollecitazioni estetiche.

https://www.museodisalo.it/mostre/contemplazioni


Fukurokuju è una delle sette Divinità della Fortuna, adorate in Giappone e non solo.

Il significato letterale del suo nome è Felicità (福, fuku), Ricchezza (禄, roku), Longevità (寿, ju).

In realtà, Fukurokuju rappresenta il Dio della Saggezza. Viene raffigurato a figura intera con un busto corto, gambe ancora più corte e una testa molto allungata (anche più lunga delle sue gambe), nel quale si dice sia contenuta la saggezza accumulata nel corso della sua lunga vita.

Si tratta di un filosofo cinese che era in grado di “vivere sulle nebbie del cielo e sulle rugiade della terra”.

Ogni tanto è raffigurato in compagnia di una gru o da un altro animale associato alla Longevità, come il cervo o la tartaruga.

Poteva profetizzare eventi e poteva compiere molti miracoli per il miglioramento dell’umanità.

Il mito di Fukurokuju ha probabilmente avuto origine da un’antica fiaba cinese che narrava di un saggio eremita taoista cinese noto per aver compiuto miracoli nel periodo della dinastia Song (960-1127). In Cina, questo eremita (noto anche come Jurōjin) è stato pensato per incorpare i poteri celesti della stella polare del Sud.  Fukurokuju  ha preso il posto di Kichijōten (dea della Fortuna, della Bellezza e del Merito), perché all’inizio non era parte  delle sette Dinità della Fortuna.

Le altre divinità sono:

Hotei, dio della Felicità; Jorojin, dio della Longevità; Daikoku, dio della Salute; Benzaiten, dea della Bellezza; Bishamonten, dio della Dignità, Ebisu, dio dell’Abbondanza.

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Il dipinto La Comunione di San Girolamo venne realizzato da Agostino Carracci per la chiesa bolognese di San Girolamo Della Certosa tra il 1592 e il 1597.

Il tema, assai raro, è quello di San Girolamo che, ormai novantenne, giunto in punto di morte volle prendere l’ultima comunione circondato dai suoi discepoli

Divenne ben presto opera paradigmatica della riforma carraccesca sul versante del côté classicista. Portata in Francia al tempo delle soppressioni napoleoniche, attualmente si trova presso la Pinacoteca di Bologna. Al suo posto sull’altare di S. Girolamo nella chiesa di San Girolamo Della Certosa a Bologna fu collocata una copia realizzata nel 1823 da Clemente Alberi.

La tela è stata oggetto di una lunga ed encomiastica descrizione nelle Vite de’ pittori, scultori et architetti moderni (1672) di Giovan Pietro Bellori, che definì il dipinto il capolavoro di Agostino Carracci.

Alcuni decenni dopo la sua realizzazione, il dipinto fu al centro di un’accesa disputa tra il Domenico Zampieri detto il Domenichino e Giovanni Gaspare Lanfranco, pittori entrambi usciti dalla scuola carraccesca.

A Domenichino venne assegnata la realizzazione di una tela per la chiesa romana di San Girolamo alla Carità, dedicata allo stesso soggetto del capolavoro di Agostino. Il dipinto, commissionato dalla Congregazione di S. Girolamo della Carità per l’omonima chiesa in via Giulia a Roma, fu eseguito dal Domenichino tra il 1611 e il 1614 ed ha con la tela carraccesca indubbie ed ampie similitudini.

La Comunione di San Girolamo costituisce il primo riconoscimento di rilievo ottenuto a Roma da Domenichino e suscitò, tranne rare eccezioni, i consensi entusiastici dei contemporanei, che lo considerarono tra i capolavori dell’arte italiana.

Qualche anno dopo la realizzazione del quadro, quando il Domenichino e il Lanfranco si trovarono in competizione per importanti commissioni romane, l’ultimo accusò apertamente il primo di plagio, proprio per aver copiato la Comunione di san Girolamo di Agostino Carracci.

Per provare le sue accuse, il Lanfranco fece incidere il dipinto di Agostino dal suo allievo François Perrier in modo tale che anche a Roma (dove evidentemente l’opera non era nota essendo la stessa a Bologna) tutti potessero rendersi conto del plagio del Domenichino.

L’episodio non danneggiò particolarmente la fama del pittore bolognese, come comprova il giudizio del Bellori che “assolse” il Domenichino dall’accusa di essere un plagiatore e giudicò la sua Comunione come una «lodevole imitatione» di quella di Agostino Carracci.

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“Un uomo che non sia stato in Italia, sarà sempre cosciente della propria inferiorità, per non avere visto quello che un uomo dovrebbe vedere”. Samuel Johnson

Il micromosaico consacra il suo successo internazionale durante il Grand Tour, per soddisfare le raffinate esigenze di turisti stranieri in visita nella magnifica Italia.

Il Grand Tour: questo periodo storico, artistico e letterario che inizia nel XVIII secolo e invade il XIX secolo; la moda del classicismo e le nuove scoperte archeologiche non possono che attirare intellettuali e curiosi nella terra della romanità.

Per venire incontro alle esigenze di questo particolare pubblico, desideroso di portare in patria un ricordo dei luoghi visitati, si sviluppa a Roma, tra la seconda metà del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, la tecnica del micromosaico.

A Roma,  nel 1727, viene istituito lo Studio Vaticano del Mosaico con un gran numero di mosaicisti alle dipendenze della Reverenda Fabbrica di San Pietro.

Proprio dai  mosaicisti dei laboratori dello Studio Vaticano vennero realizzati degli splendidi gioielli in micromosaico, orecchini, spille, bracciali.

Nel micromosaico romano, le piccole tessere di vetro vengono accostate e fissate assieme con del mastice su una superficie di vetro o pietra per riprodurre un disegno tracciato sulla base precedentemente. I soggetti tipici di questo tipo di mosaico sono le rovine romane, scene mitologiche e religiose e riproduzioni di antichi mosaici, come quelli Capitolini.

La  produzione in micromosaico oggi nota costituisce un patrimonio di inestimabile valore che ha tutte le caratteristiche per essere valorizzato nel contesto dell’insegnamento superiore, come già accade per altre espressioni delle arti decorative.


Annibale Carracci fu giudicato da molti contemporanei e dalla maggioranza dei critici e filologi successivi come uno dei più grandi innovatori della pittura.

Visse nella stessa epoca di Caravaggio, anch’egli paradossalmente visto in una chiave analoga, ma più nella veste di evasore che di innovatore. In questa singolare differenza risiede parte dello straordinario interesse che la figura di Annibale Carracci ha sempre destato nella storiografia. Malgrado la sua fama enorme, è notevole osservare come molti siano i punti controversi relativi alla sua arte.

Il primo luogo non è chiara la cronologia esatta di alcune opere cruciali, poco e mal documentate. In secondo luogo permane incerta l’interpretazione di capolavori decisivi, primi fra tutti gli affreschi della Galleria di palazzo Farnese a Roma, di cui, al di là della classica lettura che ne diedero gli storici seicenteschi, non sono ancora ben chiari il significato profondo e i tempi di lavorazione.

Malgrado questo è evidente che Annibale Carracci ebbe una posizione di assoluto spicco nella storia della pittura tra Cinquecento e Seicento, e anche il suo rapporto con Caravaggio resta uno degli aspetti più interessanti del panorama artistico dell’epoca.

Annibale Carracci fu visto dagli storici tra Seicento e Settecento come il nuovo Raffaello.  Tra gli innumerevoli esempi, basti ricordare una frase emblematica dell’importante erudito perugino Luigi Pellegrino Scaramuccia che, nel noto trattato Le Finezze de’ pennelli italiani (edito nel  1674) scrive, descrivendo una ricognizione di esperti nelle vie di Roma: “S’abbatterono alla fine nelle famosa, non meno che ammirabile, Galleria dipinta a fresco, quale per sempre a onta dell’Invidia sarà eternamente apprezzata per un singolar portento del pennello del grand’Annibale Carracci, poiché il disegno in essa in compagnia d’un perfetto clorito, eccellentemente trionfa, e gli artefici, le Maestrie, e le vaghe Inventioni vie sempre per quelle pareti, per meraviglia d’ogni ingegno, ad ogn’hora risplendono”. E questo sarebbe accaduto “ doppo il Sole del nostro Raffaello”.

Nella lettura di Scaramuccia sono già consolidati alcuni concetti che accompagneranno sempre, fin nei nostri tempi, la lettura di Annibale Carracci, tra cui evidentissima l’idea della conciliazione del colorito con il disegno, attribuendosi il dominio del colore alla scuola padana culminata nel Correggio e il disegno nella scuola romana culminata appunto in Raffaello.

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Testo tratto da Annibale Carracci, Claudio Strinati, Art Dossier


Pennabilli Antiquariato, XLIX Antiquariato Mostra Mercato Nazionale dal 13 al 28 luglio 2019

La Mostra d’Antiquariato Città di Pennabilli è immersa nella storia e nel verde del Montefeltro, a cavallo tra Romagna e Marche.
A soli 40 km da Rimini, il Montefeltro è un luogo ideale per un week end lontano dalla calca della spiaggia, alla scoperta di castelli misteriosi e borghi fortificati, città ricche d’arte e di storia, freschi paesaggi lontani dal traffico e dal cemento, casolari dove la cucina e l’ospitalità sono rimaste quelle di un tempo.
In particolare, la città di Pennabilli è una piccola perla da scoprire, arroccata sulle pendici occidentali del Monte Carpegna. Pennabilli, caratteristica cittadina dall’impianto medioevale, deve il suo nome all’unione di due antichi castelli, quello dei Billi, sopra la Rupe e quello di Penna, sopra il Roccione.
Nonostante la piccola dimensione (attualmente conta circa 3.000 abitanti) Pennabilli vanta un passato ricchissimo di storia, che traspira dalle mura e dagli edifici perfettamente conservati. Pennabilli vanta infatti da un lato un legame con la signoria dei Malatesta, di cui vanta di essere la “culla”, prima che questa famiglia scendesse in Romagna, a Verucchio e Rimini; dall’altro la forte appartenenza al Ducato d’Urbino, che segna il destino marchigiano del centro e il legame con la famiglia dei Montefeltro prima e dei Della Rovere poi. Inoltre, Pennabilli è dal 1572 sede della Diocesi del Montefeltro (oggi denominata S. Marino Montefeltro): la Cattedrale, il Santuario di Sant’Agostino con il monumento della Madonna delle Grazie, il Convento delle Agostiniane, la Chiesa e l’Ospedale della Misericordia sono segno tangibile di questo importante ruolo ricoperto nei secoli.

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Francesco Curradi, col Rosselli, il Passignano e Jacopo Empoli, è considerato uno dei protagonisti del rinnovamento della pittura fiorentina della prima metà del Seicento.

La formazione del Curradi ha luogo presso la bottega fiorentina di Giovanni Battista Naldini, artista raffinato ed eclettico, superato dal discepolo, il quale aveva preso le mosse per un aggiornamento morfologico e concettuale dal Cigoli, dal Ciapelli e dal Passignano.

Infatti, quando nel suo linguaggio il Curradi appare svincolato dai limiti sentimentali e religiosi della Riforma Cattolica, rivela (come nel caso in esame) sottigliezza psicologica ed estrema qualità pittorica.

In tal senso va rilevato che il quadro in esame doveva rispondere a varie esigenze devozionali.

Infatti San Sebastiano, santo militare, è oggetto di culto da parte dei soldati, ma soprattutto, delle compagini di arcieri e balestrieri.

Per tanto, non a caso, ho richiamato la tipologia della piccola freccia, tinta di rosso, in uso presso i balestrieri, in quanto la “testa” del santo doveva far parte del corredo votivo di un alabardiere.

Com’è noto il Curradi ebbe tra i suoi allievi Cesare Dandini (che assumerà un ruolo significativo all’interno della compagine matura dei pittori fiorentini del Seicento), il quale sarà sovente adibito a modello, per le sue raffinate fattezze, quali, a mio avviso, sono state conferite al santo in oggetto.

Il “corpus” delle opere del Curradi è distribuito in molte chiese e raccolte del contado toscano e umbro.

Le sue prerogative gli valgono, pertanto, un gran numero di commissioni, nonché, nel 1590, l’iscrizione all’Accademia di Disegno.

Valdi confronti collegano la bella tela in esame con altre (o i relativi dettagli) già note, tra le quali menziono l’Annunciazione, Firenze, collezione privata; la Madonna con Bambino e Santi, Firenze, Chiesa di santa Trinità; l’Arcangelo Michele, già New York, collezione privata.

 

Testo tratto dall’expertise del dipinto San Sebastiano, Francesco Curradi, olio su tela, 42×32 cm, del professor Maurizio Marini (Roma) https://oldpaintingsonline.com/prodotto/francesco-curradi/