“Un uomo che non sia stato in Italia, sarà sempre cosciente della propria inferiorità, per non avere visto quello che un uomo dovrebbe vedere”. Samuel Johnson

Il micromosaico consacra il suo successo internazionale durante il Grand Tour, per soddisfare le raffinate esigenze di turisti stranieri in visita nella magnifica Italia.

Il Grand Tour: questo periodo storico, artistico e letterario che inizia nel XVIII secolo e invade il XIX secolo; la moda del classicismo e le nuove scoperte archeologiche non possono che attirare intellettuali e curiosi nella terra della romanità.

Per venire incontro alle esigenze di questo particolare pubblico, desideroso di portare in patria un ricordo dei luoghi visitati, si sviluppa a Roma, tra la seconda metà del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, la tecnica del micromosaico.

A Roma,  nel 1727, viene istituito lo Studio Vaticano del Mosaico con un gran numero di mosaicisti alle dipendenze della Reverenda Fabbrica di San Pietro.

Proprio dai  mosaicisti dei laboratori dello Studio Vaticano vennero realizzati degli splendidi gioielli in micromosaico, orecchini, spille, bracciali.

Nel micromosaico romano, le piccole tessere di vetro vengono accostate e fissate assieme con del mastice su una superficie di vetro o pietra per riprodurre un disegno tracciato sulla base precedentemente. I soggetti tipici di questo tipo di mosaico sono le rovine romane, scene mitologiche e religiose e riproduzioni di antichi mosaici, come quelli Capitolini.

La  produzione in micromosaico oggi nota costituisce un patrimonio di inestimabile valore che ha tutte le caratteristiche per essere valorizzato nel contesto dell’insegnamento superiore, come già accade per altre espressioni delle arti decorative.


L’icona russa, ormai da duemila anni, costituisce l’immagine che la chiesa ha fornito al culto dei credenti come luogo della presenza di Dio.  La venerazione del religioso non si rivolge però all’immagine rappresentata, bensì a qualcosa di più profondo ed astratto, in altre parole a colui che in essa è rappresentato. Questo è il motivo principale per cui le fattezze dei soggetti rappresentati non sono realistiche come quelle di un ritratto.

Dice Sergij Bulgakov nel suo testo Ortodossia: “L’icona è una necessità essenziale per il culto… è infatti il luogo di presenza di grazia, come un’apparizione di Cristo. Si prega davanti all’icona di Cristo come davanti a Cristo stesso…L’esigenza di avere con sé e davanti a sé l’icona proviene dalla concretezza del sentimento religioso, che non si accontenta della sola contemplazione spirituale, ma cerca una vicinanza diretta sensibile, com’è naturale per l’uomo composto d’anima e di corpo…

La venerazione delle sante icone si fonda quindi non solo sul contenuto stesso delle persone o degli avvenimenti in essi raffigurati, ma sulla fede in questa beata presenza, che è data dalla fede in forza del rito di benedizione dell’icona. Mediante la benedizione avviene nell’icona di Cristo un misterioso incontro fra colui che prega e Cristo stesso…”.

Le icone più antiche risalgono probabilmente alla prima metà del IV secolo, quando il cristianesimo aveva già raggiunto una certa maturità. Secondo i Padri esse avrebbero potuto fornire un valido aiuto al consolidamento della fede.

La tecnica usata per l’esecuzione dalle prime icone è quella dell’encausto  -tecnica già nota agli egiziani- che consisteva nell’applicazione a caldo su supporto asciutto di colori impastati con cera.

A partire dal IX secolo, dopo il periodo di repressione religiosa rappresentato dall’iconoclastia, prese avvio a Costantinopoli, città prescelta dagli imperatori come loro sede, un periodo di splendore per tutte le produzioni artistiche, da quelle architettoniche (furono edificate più di cento chiese) a quelle delle icone.

Nel XII secolo l’icona subì l’influenza della produzione artistica costituita dai mosaici. Da essi in particolare fu ripreso il portamento delle figure, poste sempre frontalmente, e l’espressione semplice e severa dei volte.

Un altro periodo, oltre a quello delle lotte iconoclastiche, in cui la produzione delle immagini sacre fu soggetta ad una battuta d’arresto, fu quello delle crociate (XIII secolo), durante le quali la città di Costantinopoli fu ferocemente saccheggiata. Come conseguenza di questi tragici eventi , i più importanti artisti che risiedevano nelle città furono costretti a fuggire e a trasferirsi in città limitrofe, come Macedonia, Candia, Cipro: nonostante ciò essi continuarono a lavorare mantenendosi sempre fedeli alla tradizione bizantina.

Nel corso dei secoli successivi, l’icona torna ad essere una delle forme più rappresentative dell’arte, e le raffigurazioni diventano più delicate, raffinate e permeate da una maggiore umanità (XIV secolo), oltre che più complesse, con l’inserimento di paesaggi ed architetture che fungono da cornice per la figura umana (XV secolo).

La definitiva crisi della fede ortodossa dell’impero bizantino si ebbe nel 1453 quando gli ottomani conquistarono Costantinopoli. La produzione iconografica si spostò allora verso la Grecia, le isole del Mediterraneo e i Balcani, oltre che la Russia.

Le icone le mettevano sulle porte delle città, in casa al posto d’onore, le portavano nei campi di battaglia ed erano il simbolo più importante delle processioni. In sostanza erano presenze benefiche delle vita umana: nascono icone che proteggono le partorienti, davano conforto agli ammalati, vegliavano i moribondi, seguivano il defunto nella tomba, in attesa del Giudizio.

https://oldpaintingsonline.com/prodotto/cristo-tra-i-santi/


Francesco Curradi, col Rosselli, il Passignano e Jacopo Empoli, è considerato uno dei protagonisti del rinnovamento della pittura fiorentina della prima metà del Seicento.

La formazione del Curradi ha luogo presso la bottega fiorentina di Giovanni Battista Naldini, artista raffinato ed eclettico, superato dal discepolo, il quale aveva preso le mosse per un aggiornamento morfologico e concettuale dal Cigoli, dal Ciapelli e dal Passignano.

Infatti, quando nel suo linguaggio il Curradi appare svincolato dai limiti sentimentali e religiosi della Riforma Cattolica, rivela (come nel caso in esame) sottigliezza psicologica ed estrema qualità pittorica.

In tal senso va rilevato che il quadro in esame doveva rispondere a varie esigenze devozionali.

Infatti San Sebastiano, santo militare, è oggetto di culto da parte dei soldati, ma soprattutto, delle compagini di arcieri e balestrieri.

Per tanto, non a caso, ho richiamato la tipologia della piccola freccia, tinta di rosso, in uso presso i balestrieri, in quanto la “testa” del santo doveva far parte del corredo votivo di un alabardiere.

Com’è noto il Curradi ebbe tra i suoi allievi Cesare Dandini (che assumerà un ruolo significativo all’interno della compagine matura dei pittori fiorentini del Seicento), il quale sarà sovente adibito a modello, per le sue raffinate fattezze, quali, a mio avviso, sono state conferite al santo in oggetto.

Il “corpus” delle opere del Curradi è distribuito in molte chiese e raccolte del contado toscano e umbro.

Le sue prerogative gli valgono, pertanto, un gran numero di commissioni, nonché, nel 1590, l’iscrizione all’Accademia di Disegno.

Valdi confronti collegano la bella tela in esame con altre (o i relativi dettagli) già note, tra le quali menziono l’Annunciazione, Firenze, collezione privata; la Madonna con Bambino e Santi, Firenze, Chiesa di santa Trinità; l’Arcangelo Michele, già New York, collezione privata.

 

Testo tratto dall’expertise del dipinto San Sebastiano, Francesco Curradi, olio su tela, 42×32 cm, del professor Maurizio Marini (Roma) https://oldpaintingsonline.com/prodotto/francesco-curradi/


Il vedutismo è un genere pittorico che ritrae per lo più i manufatti umani, solidi geometrici come le case, che formano strade, piazze e città.

I pittori di vedute furono spesso gli stessi che dipinsero anche i paesaggi agresti e la distinzione fra paesisti e vedutisti è basata solo sulle diverse specializzazioni, sulla differenza del tema trattato.

La grande produzione di vedute, intesa a documentare realtà urbanistiche a fini pratici, ci ha tramandato una documentazione preziosa, importante per la storia degli edifici e dell’urbanistica. E’ un peccato che non esista altrettanto per interi e lunghissimi periodi storici.
Il 1580 è assunto come data convenzionale della storia del Vedutismo perché intorno a quell’anno si manifestò per la prima volta in modo deciso e programmatico la volontà di rappresentare in pittura i vari luoghi di una città; ciò avveniva per celebrare l’importante percorso della processione che ebbe luogo l’ 11 giugno 1580 per il trasporto del corpo di San Gregorio Nazianzeno da Santa Maria in Campo Marzio a Roma alla Basilica di San Pietro: nelle Logge di Gregorio XIII (1572-1585) sono rappresentati ad affresco i luoghi percorsi dai fedeli.

Nonostante ciò, è usanza comune, indicare come iniziatore del Vedutismo tradizionale Gaspar Van Wittel (Amersfort 1653-Roma 1736).

Scrive Lione Pascoli che fu “molto signorile per aver rappresentato col pennello paesi e vedute così esatte e finite”; sottolinea cioè come una novità la “intelligenza della prospettiva, dell’architettura e dell’ottica colle cui regole sempre operava”.

Operando sempre in Italia senza tradire la propria formazione e il proprio temperamento, Van Wittel ebbe la fortuna di incontrare un grande successo al punto che la sua pittura ebbe vastissimo seguito.

Egli divenne il vero iniziatore del vedutismo quale si diffuse in pittura non solo in Italia, ma in tutta Europa.

Le ragioni di questo successo sono dovute la momento storico in cui cominciò ad operare, quando il turismo crescente sollecitava la produzione di vedute esatte.

Il fenomeno del Vedutismo si estese rapidamente a pittori di varia nazionalità, non solo italiani, ma olandesi, francesi, inglesi, tedeschi e divenne un fenomeno con espansione internazionale. Le città che i pittori presero a modello non furono soltanto le eccezionali regine dell’arte, Roma, Venezia e Napoli, ma tutte le principali città europee, da Londra a Varsavia, a Dresda, a Monaco, e ciò per la committenza delle varie corti.

Le persone interessate all’acquisto di vedute erano i sempre più numerosi viaggiatori. Le corti europee impiegarono vedutisti italiani quali Canaletto e Bellotto. Antonio Joli e Canaletto lavorarono in Inghilterra, Bellotto a Dresda e in Polonia.

Dopo Roma, Venezia fu la città preferita dai vedutisti come modella, certo per la sua bellezza unica e ineguagliabile. Fina dai tempi del Grand Tour i quadri dei vedutisti veneziani  piacquero perché piaceva la città unica che ritraevano e che tutti ammiravano; fu la stessa richiesta di vedute di Venezia a promuovere il genere nella scuola pittorica locale.


Padova Antiquaria, XXXV Mostra Mercato d’Antiquariato,  si terrà dal 23 al 31 Marzo alla Fiera di Padova, tutte le informazioni si  possono trovare sul sito www.antiquariapadova.com

Una buonissima idea potrebbe essere, cogliere l’occasione per prendersi del tempo e visitare la città di Padova, una tra le più affascinanti città italiane dal punto di vista artistico.

Viene chiamata la “Città dei tre senza” per questi tre motivi:

“Santo senza nome”, perché il patrono Sant’ Antonio è semplicemente “il  Santo” senza bisogno di ulteriori specificazioni e la basilica è appunto detta “Del Santo”; “caffè senza porte” è lo storico Caffè Pedrocchi, autentico monumento cittadino, un tempo aperto giorno e notte; “prato senza erba” è il Prato della Valle, la piazza più grande di Padova e una delle più estese d’Europa, che solo nell’isola centrale presenta delle piante.

La Basilica del Santo è un maestoso e complesso edificio religioso iniziato nel 1232, un anno dopo la morte di S.Antonio.
L’aspetto esterno della Basilica è un misto di lombardo, toscano e bizantino; orientaleggianti sono le 8 cupole e i due campanili.
L’interno custodisce il corpo del Santo in un sarcofago (arca) posto nella splendida Cappella del Santo, opera di vari artisti tra cui Tullio Lombardo, Andrea Briosco e Gianmaria Falconetto.
La Basilica conserva insigni opere d’arte antiche e contemporanee tra cui la Cappella del Beato Luca Belludi interamente affrescata da Giusto de’ Menabuoi (1382), la Cappella di S.Giacomo e S.Felice con bellissimo ciclo pittorico di Altichieri da Zevio (1374-78), l’altare maggiore con le sculture di Donatello tra cui spicca il Crocifisso (suo è anche il monumento equestre al “Gattamelata” sul piazzale della Basilica) e poi ancora opere di scuola giottesca, di Sansovino, Briosco, Sanmicheli, Parodi, Achille Casanova, Ubaldo Oppi, Pietro Annigoni.
Bellissimi sono pure i chiostri del convento, soprattutto il chiostro della magnolia ricco di ricordi marmorei.

Altra tappa fondamentale è la Cappella degli Scrovegni, visibile a piccoli gruppi su prenotazione.

Accoglie un ciclo di affreschi realizzato da Giotto tra il 1303 e il 1305. Giotto è ormai un artista affermato: ha dipinto la Basilica Superiore di S. Francesco ad Assisi e ha realizzato importanti affreschi nella Basilica di S. Giovanni in Laterano a Roma. Il banchiere padovano Enrico Scrovegni decide di erigere una cappella per espiare i peccati commessi da suo padre, così colpevole del peccato di usura da meritarsi un posto all’inferno nella Divina Commedia di Dante Alighieri. La Cappella ha una pianta rettangolare e un’unica navata.Gli affreschi di Giotto, disposti su tre livelli, rappresentano un vero e proprio racconto per immagini organizzato in scene: dalla storia dei genitori della Madonna, Anna e Gioacchino, fino alla morte e alla resurrezione di Cristo. Il Giudizio Universale dipinto all’interno della facciata chiude il racconto. In basso, sullo zoccolo, Giotto rappresenta le allegorie dei Vizi e delle Virtù. In alto, sulla volta della cappella, dipinge un azzurro cielo stellato.

Prato della Valle, come dicevamo il “Prato senza erba” è una delle più estese piazze d’Europa, con una superficie complessiva di 88.620 metri quadrati. Al centro della piazza si trova l’isola Memmia, di forma ellittica e circondata da una canaletta adornata da un doppio anello di statue.

Nell’antichità la zona, che ospitava le esercitazioni dei militari, era conosciuta come Campo di Marte. In seguito prese il nome di Valle del Mercato, in quanto luogo privilegiato per lo svolgimento di fiere stagionali, e ancora successivamente di Prato di Santa Giustina, trovandosi nelle vicinanze dell’omonima Abbazia di Santa Giustina.

Piazza delle Erbe, altra meta gradita dai visitatori di Padova. Anticamente veniva chiamata delle Biade e poi del Vino, per la tipologia di mercato che vi si svolgeva. Ancora oggi, tutte le mattine dal lunedì al venerdì e il sabato per l’intera giornata, si tiene uno dei mercati più pittoreschi della città: la piazza si riempie di circa 70 bancarelle di frutta e verdura, mentre, attorno alla fontana, si posizionano quelle di fiori. Quando il coloratissimo mercato viene smontato, la bancarella viene chiusa e, come una specie di carriola, viene portata nei vari magazzini attorno alle piazze, prevalentemente nel Ghetto antico, che con piazza delle Erbe confina. La sera, la piazza si riempie di studenti universitari e di padovani per l’aperitivo, lo spritz, accompagnato da gustosi tramezzini e dai tradizionali spuncioni (oggi definiti finger food). Attraverso il grande arco nei pressi della fontana – il passaggio viene denominato Vòlto della Corda, perché qui bugiardi, imbroglioni, debitori insolventi venivano colpiti sulla schiena con una corda – si accede alla Piazza della Frutta o dei Frutti, un tempo chiamata del Peronio, perché vi si vendevano zoccoli e stivaletti, in latino perones. Le bancarelle proponevano pesce e selvaggina, uova e pollame, porchetta, verdure e uccelli pregiati, come i falconi. Ancora oggi si svolge il mercato di frutta e verdura, spezie, cereali vari.Tra le due piazze fin qui descritte, si erge il Palazzo della Ragione: importante simbolo cittadino. Chiamato popolarmente il Salone, rappresenta uno dei più grandi spazi coperti dell’architettura italiana.

 


IFA Bergamo Antiquaria dal 12 al 20 gennaio alla Fiera di Bergamo

http://www.italianfineart.eu/default.asp?lingua=ita

http://www.italianfineart.eu/default.asp?lingua=eng

IFA Bergamo Antiquaria è una mostra consolidata che si presenta al mercato dell’antiquariato per promuovere non tanto l’arte italiana, patrimonio indiscusso del nostro Paese, ma le potenzialità e la professionalità del mercato dell’arte in Italia. Per questo con le Gallerie antiquarie saranno presenti alcune Gallerie specializzate nel Novecento storicizzato e alcune di Tribal Art.

Il nostro Paese è percepito come il maggiore contenitore di opere d’arte, la mostra di Bergamo si propone per attrarre l’attenzione del mondo internazionale, che guarda all’arte per passione, collezionismo o bene d’investimento, non tanto sul nostro indiscusso patrimonio artistico, ma sul mercato italiano dell’arte, sulla professionalità di Galleristi e Antiquari, l’eccellenza delle loro proposte e delle loro competenze.

La manifestazione oltre a proporre un’esposizione di alto profilo artistico, può godere di plus determinanti tra i quali la posizione geograficamente vincente della città di Bergamo, per altro città d’arte a pieno titolo, che sarà coinvolta nel mese di febbraio con la mostra su Raffaello organizzata dall’Accademia Carrara. Sfruttando la strategica vicinanza con l’aeroporto internazionale di Orio Al Serio, IFA si propone quale appuntamento di richiamo per buyers e collezionisti esteri provenienti dai dinamici bacini del Centro ed Est Europa.

A tutto ciò sono da aggiungere l’efficienza e modernità della struttura fieristica e l’interazione con l’Ufficio del Turismo per predisporre pacchetti di soggiorno per rendere la visita in Fiera un’occasione per scoprire le bellezze artistiche del territorio orobico.


Cortonantiquaria dal 25 agosto al 9 settembre presso il Palazzo Vagnotti 52044 – Cortona (AR)

Inaugurazione
venerdì 24 agosto 2016 ore 17,30

Apertura al pubblico:

da sabato 25 agosto sino a domenica 9 settembre 2018

Orari:
Lunedì giovedì venerdì 10-13 15.30–20
Martedì mercoledì 15.30–20
Sabato domenica 10-20

https://www.discovertuscany.com/it/cortona/

Cortonantiquaria from 25 August to 9 September at the Palazzo Vagnotti 52044 – Cortona (AR)

inauguration
Friday 24 August 2016 at 17.30

Open to the public:

from Saturday 25 August until Sunday 9 September 2018

Timetables:
Monday thursday friday 10 am-1.30pm -30pm
Tuesday Wednesday 15.30-20
Saturday Sunday 10-20