Fu allievo dello scultore Michelangelo Slodtz. Nel novembre1754 venne in Italia al seguito del conte di Stainville, ambasciatore di Francia, poi duca di Choiseul e vi restò dieci anni. Il duca nel 1754-58 fu cliente del Panini e a Panini si legò in modo particolare Robert. Nel 1759 fu ammesso come pensionante nell’Accademia di Francia a Roma in Palazzo Mancini, dove si legò di amicizia con Fragonard e col Panini che vi insegnava. Natoire allora direttore dell’Accademia scrisse di lui che stava lavorando con ardore nel genere del Panini.

Nel 1760 fu ospitato nella villa d’Este a Tivoli dall’Abate Saint-Non che reclutò lui e Fragonard, che era entrato nell’Accademia nel 1756, per fari collaborare alle illustrazioni del suo Voyage pittoresque. Li condusse così a Napoli, a Ercolano e a Paestum per far loro eseguire disegni da incidere poi come illustrazioni del suo libro.

Nel 1762 Robert lasciava l’Accademia, ma restò a Roma ancora per tre anni. Il suo entusiasmo per le antichità lo portò a scalare il Colosseo.

Nel 1765 tornò a Parigi dove nel 1766 fu ammesso nell’Academie Royale. Nel 1767 espose ai Salons, ormai famoso come il “Robert des Ruines”.

Nel 1784 fu nominato conservatore dei dipinti del Musée Royal appena fondato, ma durante la rivoluzione fu arrestato e messo in carcare. Solo nel 1802 ottenne una pensione a vita e potè fare un ultimo viaggio in Italia col pittore Rey. Morì a Parigi nel 1808.

I pittori di Vedute in Italia (1580-1830), Ugo Bozzi Editore srl Roma

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L’imperatore Tiberio Giulio Cesare Augusto governò l’Impero Romano dal 14 al 37 D.C.

Tiberio, abbandonò la caotica Roma e decise di comandare il mondo con lo sguardo fisso ai Faraglioni di Capri.

Tiberio è stato diversamente denominato: un precursore dell’esistenzialismo di Sartre, un grande imperatore, un pervertito, come maliziosamente afferma Svetonio.

Fu certamente uno dei più convinti amanti dell’isola, dove si fece costruire ben dodici ville.

La più grandiosa è Villa Jovis, una magnifica dimora, alta sulla roccia, dalla quale il panorama che si gode è stupefacente. Come uno sceicco odierno, il buon Tiberio pensò bene di curare le sue malinconie con il clima ed il panorama di Capri, scendendo in portantina fino alla sua spiaggia privata dove si bagnava in un’acqua il cui azzurro doveva essere assoluto

Villa Jovis è estesa su un’area di circa 7.000 metri quadri e domina l’intero promontorio di Monte Tiberio e la conca che scende verso Cesina. La vista che si può godere dal lato nord abbraccia buona parte del Golfo di Napoli, spaziando dall’Isola di Ischia fino a Punta Campanella, mentre il lato sud affaccia sul centro di Capri.

Le sue caratteristiche architettoniche ricordano quelle delle classiche ville del periodo romano, ma anche quelle di una piccola fortezza. Al centro si trovavano le cisterne per la raccolta delle acque piovane, risorsa fondamentale su un’isola priva di fonti naturali, usate sia come acqua potabile che come riserva destinata alle terme che si articolavano nei classici ambienti del apodyterium, frigidarium, tepidarum e calidarium.

L’alloggio dell’imperatore e dei sui fedeli si trovava a nord, ad ovest c’erano gli alloggi dei servi mentre ad est la sala del trono.

A Villa Jovis c’era anche un faro che veniva utilizzato per le comunicazioni con la terraferma. Questo però crollo con un terremoto che distrusse buona parte della villa pochi giorni dopo la morte di Tiberio.

I resti di Villa Jovis sono stati ignorati per anni e molti reperti sono andati persi. Altri si trovano al Museo Archeologico a Napoli e alcuni marmi sono stati utilizzati per la costruzione della chiesa di Santo Stefano. Solo nel 1932 gli scavi sono stati recuperati e valorizzati.

Tiberio si trasferì definitivamente a Capri nel 27 D.C. a seguito di un forte eritema che gli colpì il viso. A Villa Jovis amava ospitare uomini di studio, letterati ed astrologi.

Ma vi invitò anche cortigiane e cortigiani per il suo piacere personale, tanto che lo storico del tempo, Svetonio, racconta che nelle sue camere collezionasse dipinti erotici di fattura greca, non per amore dell’arte, bensì per trarne ispirazione durante le frequenti ed amate orge in cui adorava “impegnarsi”.

Di tutti i tempi, Tiberio fu certamente il turista più affezionato e più celebre.

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Cortona Antiquaria è la mostra d’antiquariato più antica d’Italia ed avrà luogo dal 24 agosto all’8 settembre nella suggestiva location di palazzo Vagnotti, nel cuore della pittoresca cittadina toscana.

Cortona è un luogo magico, adagiato nel cuore della Valdichiana, poco lontano dal lago Trasimeno.

Passeggiare nel centro storico è un’esperienza suggestiva, sembra di vivere in un’epoca lontana, dove tutto è ancora genuino, essenziale, a “misura d’uomo”.

Delizioso sedersi sulla imponente scalinata del Palazzo del Capitano del Popolo e guardare l’andirivieni di turisti, soprattutto inglesi, che passeggiano per la piazza della Repubblica.

Imperdibile sorseggiare un caffè seduti in uno dei numerosi café affacciati su Piazza Signorelli su cui si ergono l’omonimo Teatro e il Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona (MAEC).

Nel Museo della Città etrusca e romana di Cortona, istituito nel 1727, si trova una sezione dedicata alla città di Cortona, con i preziosi corredi funerari delle tombe etrusche rinvenute nel territorio circostante, le ceramiche e la famosa Tabula Cortonensis, un documento etrusco di tipo contrattuale scritto su bronzo e assai raro. Ci sono poi sale dedicate alla Cortona romana e tardo-antica. La sezione delle sale dell’Accademia espone le opere in possesso della più importante istituzione culturale cittadina. Di maggiore pregio e veri e propri “simboli” della cultura cortonese sono da ricordare il lampadario etrusco in bronzo, la raccolta di ceramiche e bronzi etruschi e romani, la collezione Corbelli di materiali della civiltà egizia, la serie di opere del pittore cortonese Gino Severini, uno dei fondatori del futurismo. Vengono inoltre presentati molti materiali archeologici provenienti dalla città e dal territorio.

Da visitare anche il Museo Diocesano del Capitolo di Cortona, proprio vicino a palazzo Vagnotti, sete di Cortona Antiquaria. Nasce alla fine della Seconda Guerra Mondiale per volontà del Vescovo Giuseppe Franciolini e del Capitolo della Cattedrale con lo scopo di tutelare, conservare e dare degna e appropriata collocazione agli straordinari capolavori provenienti dalle chiese, dai conventi e dagli oratori di Cortona e della sua diocesi. Raccoglie al suo interno le grandiose opere d’arte di Beato Angelico, Bartolomeo della Gatta, Lorenzetti, Luca Signorelli, Giuseppe Maria Crespi e Francesco Capella, insieme ad arredi liturgici, reliquiari e paramenti sacri di notevole valore storico ed artistico; ricordiamo particolarmente l’Annunciazione del Beato Angelico, la Deposizione del Signorelli, l’Estasi di Santa Margherita del Crespi, il Reliquiario Vagnucci e il Parato Passerini, realizzato su disegni di Raffaellino del Garbo e Andrea del Sarto.

Alcuni dei capolavori più conosciuti del museo trovano oggi collocazione nella suggestiva chiesa del Gesù: l’Annunciazione e il Trittico del Beato Angelico, la Croce del Lorenzetti, il Trittico del Sassetta, l’Assunta di Bartolomeo della Gatta. Dove un tempo era l’altare maggiore fa splendida mostra di sé il quattrocentesco fonte battesimale di Ciuccio di Nuccio, originariamente in Cattedrale.

Con un minimo sforzo fisico, facendo una breve passeggiata, si raggiunge la basilica di Santa Margherita, patrona della città. Posizionata nella parte alta del borgo, in un’incantevole posizione, fu costruita su disegno di Giovanni Pisano dopo la morte della Santa avvenuta alla fine del 1200. Venne arricchita da pitture e sculture soprattutto di scuola senese. Venne successivamente trasformata in chiave barocca ma è possibile ancora ammirare il ricco mausoleo di marmo di Scuola Senese nella parete sinistra del transetto, l’urna della Santa, opera di Pietro da Cortona e, nell’altare di fondo della navata destra, un prezioso Crocefisso in legno, già nella chiesa di San Francesco, opera di un artista ignoto dei primi anni del 1200, davanti al quale Margherita pregava.

Per ultimo in lista, ma non in ordine d’importanza, l’esperienza culinaria è ineccepibile. Nei numerosi locali tipici si può veramente assaporare il gusto della terra Toscana: la ribollita, i funghi di stagione, i salumi della vicina Nocia, i formaggi del territorio, tutto accompagnato da vini che deliziano il palato e la mente.

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“Non c’è realtà permanente ad eccezione della realtà del cambiamento; la permanenza è un’illusione dei sensi.”

Eraclito fu un filosofo greco nato il 535 a.C. ad Efeso e morto nel 475 a.C.  sempre ad Efeso.

Eraclito fu uno dei maggiori pensatori presocratici. Il suo pensiero risulta particolarmente difficile da comprendere ed è stato interpretato nei modi più diversi a causa del suo stile oracolare e della frammentarietà nella quale ci è giunta la sua opera. Eraclito aveva comunque fama di cripticità già nella sua epoca. Ad esempio Aristotele, che si suppone ne abbia letto integralmente l’opera, lo definisce «l’oscuro»; persino Socrate ebbe problemi a comprendere gli aforismi dell’«oscuro», sostenendo che erano profondi quanto le profondità raggiunte dai tuffatori di Delo. Eraclito influenzò in vario modo i pensatori successivi: da Platone allo stoicismo, la cui fisica ripropone in gran parte la teoria eraclitea del logos.

Logos significa scegliere, raccontare, enumerare, parlare, pensare.

Eraclito sosteneva che il Logos doveva essere una “legge universale” che regola secondo ragione e necessità tutte le cose: «Nessuna cosa avviene per caso ma tutto secondo logos e necessità.»

Eraclito diceva che agli uomini è stata rivelata questa legge ma essi continuavano ad ignorarla anche dopo averla ascoltata. Il Logos appartiene a tutti gli uomini ma in effetti ognuno di loro si comporta secondo una sua personale phronesis, una propria saggezza. I veri saggi invece sono quelli che riconoscono in loro il Logos e ad esso s’ispirano come fanno coloro che governano la città adeguando le leggi alla razionalità universale della legge divina.

Eraclito è passato alla storia anche come il filosofo del divenire, legato al motto Pánta rhêi, espressione che vuol dire tutto scorre. Egli crede che ogni cosa è soggetta al tempo e alla trasformazione, per questo anche ciò che sembra statico e fermo, in realtà è dinamico e in movimento.

Pánta rheî, questo celebre aforisma, è stato attribuito ad Eraclito, da Platone che, nel suo Cratilo scrive: «Dice Eraclito “che tutto si muove e nulla sta fermo” e confrontando gli esseri alla corrente di un fiume, dice che “non potresti entrare due volte nello stesso fiume”».

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La personalità storico e artistica di Guidoccio Cozzarelli non è mai stata caratterizzata a sufficienza: i documenti che fanno riferimento a lui sono poco chiari e le sue opere datate cadono tutte nel breve periodo di quattro anni compresi tra il 1482 e il 1486. Oggi è noto che Cozzarelli- identificato precedentemente come un “Cozzarello”, citato insieme a Sano di Pietro in un documento del 1450 relativo ai lavori nel Duomo di Siena- nacque in quell’anno. E’ presumibile che sia entrato nella bottega di Matteo di Giovanni attorno al 1470, ed in effetti le sue prime opere datate, una serie di miniature, realizzate fra il 1480 e il 1482, per i Corali del Duomo di Siena e una Madonna con Bambino in trono, fra San Gerolamo e il Beato Colombini del 1482, derivano direttamente dallo stile di Matteo di Giovanni alla fine degli anni Settanta del Quattrocento. Le opere dei due artisti sono state più di una volta confuse, e continuano ad esserlo, nonostante la pubblicazione di vari studi specialistici che avevano il solo scopo di distinguerli l’uno dall’altro. Cozzarelli è stato tradizionalmente snobbato come pessimo imitatore di Matteo di Giovanni, una tesi che appare smentita dalle sue due pale d’altare databili attorno al 1483 e al 1486, entrambe nella chiesa di San Bernardino a Sinalunga, e dal mutilato polittico di Rosia. Ne è risultato che molte delle ultime opere di Matteo, in cui si rilassano la linea nervosa del disegno e la brillante tavolozza delle prime tavole, sono state spesso attribuite a Cozzarelli, così come alcune delle opere migliori di Cozzarelli continuano ad essere assegnate a Matteo.

Nell’ultimo decennio del Quattrocento lo stile di Cozzarelli virò bruscamente sotto l’influsso di un altro allievo più giovane di lui, appartenente alla bottega di Matteo di Giovanni, Pietro Orioli: tanto che ancora una volta i due pittori sono stati, e continuano ad essere, confusi.

L’ultima opera datata di Cozzarelli, un San Sebastiano a figura intera del 1495 nella Pinacoteca di Siena, è chiaramente legata ad un gruppo di tavole devozionali con la Madonna e il Bambino, molte delle quali vengono ancora attribuite a Giacomo Pacchiarotto (cioè Pietro Orioli), ma sono in realtà opere di Cozzarelli.

La recente identificazione e la nuova datazione delle opere di Orioli permettono di comprendere aspetti nuovi del complesso sviluppo di Cozzarelli, ancora tutto da esplorare.

La Pittura Senese nel Rinascimento 1420-1500, Monte dei Paschi di Siena

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Caravaggio Experience al Castello di Desenzano fino al 13 ottobre 2019: un viaggio esplorativo alla scoperta delle tecniche, dei temi e dei segreti di uno dei più grandi innovatori della storia dell’arte.

Grazie alla regia di Stefano Fomasi, fondatore di The Fake Factory, una spettacolare videoinstallazione immergerà il pubblico in cinquantotto opere e nella vita di Michelangelo Merisi attraverso un’iniziativa totalizzante da un punto di vista estetico, ma anche emotivo e sensoriale. I visitatori, per la durata di cinquanta minuti, prenderanno parte a uno spettacolo fatto di proiezioni, musiche e fragranze olfattive, in un’esperienza cangiante e interattiva dell’opera d’arte.

La videoinstallazione è divisa in sezioni e ciascuna di esse indagherà un tema “caravaggesco”: dalla ricostruzione degli studi sulla luce, all’analisi dei processi compositivi, passando per la rappresentazione della natura e della violenza fino a un tour virtuale nei luoghi della vita del pittore.

Dopo il successo di pubblico registrato a Roma, Torino, Rimini e Città del Messico, Caravaggio Experience viene presentato anche al Castello di Desenzano grazie al contributo del Gruppo MilanoCard e di Medialart che con questa nuova iniziativa confermano la propria volontà di offrire al pubblico una proposta culturale di alto profilo e allo stesso tempo un’esperienza inedita che accompagna anche i meno esperti alla conoscenza del grande maestro.

https://www.caravaggioadesenzano.it/

 

Contemplazioni: i visionari al Mu.Sa di Salò, museo di Salò in via Brunati, a cura di Vittorio Sgarbi, fino all’8 dicembre: la mostra è un susseguirsi di camere delle meraviglie articolato in cinque sezioni, ognuna dedicata a un artista contemporaneo. Il MuSa diventa così il luogo mistico in cui poter incontrare le alchimie di Agostino Arrivabene, il mondo fantastico e indecifrabile di Luigi Serafini, le presenze di Domenico Gnoli, l’aldilà di Cesare Inzerillo e la prorompente ricerca di Gaetano Pesce. Cinque contemporanei (l’unico non vivente è Gnoli) per una mostra intensa e suggestiva nelle sue molteplici sollecitazioni estetiche.

https://www.museodisalo.it/mostre/contemplazioni


“Un uomo che non sia stato in Italia, sarà sempre cosciente della propria inferiorità, per non avere visto quello che un uomo dovrebbe vedere”. Samuel Johnson

Il micromosaico consacra il suo successo internazionale durante il Grand Tour, per soddisfare le raffinate esigenze di turisti stranieri in visita nella magnifica Italia.

Il Grand Tour: questo periodo storico, artistico e letterario che inizia nel XVIII secolo e invade il XIX secolo; la moda del classicismo e le nuove scoperte archeologiche non possono che attirare intellettuali e curiosi nella terra della romanità.

Per venire incontro alle esigenze di questo particolare pubblico, desideroso di portare in patria un ricordo dei luoghi visitati, si sviluppa a Roma, tra la seconda metà del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, la tecnica del micromosaico.

A Roma,  nel 1727, viene istituito lo Studio Vaticano del Mosaico con un gran numero di mosaicisti alle dipendenze della Reverenda Fabbrica di San Pietro.

Proprio dai  mosaicisti dei laboratori dello Studio Vaticano vennero realizzati degli splendidi gioielli in micromosaico, orecchini, spille, bracciali.

Nel micromosaico romano, le piccole tessere di vetro vengono accostate e fissate assieme con del mastice su una superficie di vetro o pietra per riprodurre un disegno tracciato sulla base precedentemente. I soggetti tipici di questo tipo di mosaico sono le rovine romane, scene mitologiche e religiose e riproduzioni di antichi mosaici, come quelli Capitolini.

La  produzione in micromosaico oggi nota costituisce un patrimonio di inestimabile valore che ha tutte le caratteristiche per essere valorizzato nel contesto dell’insegnamento superiore, come già accade per altre espressioni delle arti decorative.


Annibale Carracci fu giudicato da molti contemporanei e dalla maggioranza dei critici e filologi successivi come uno dei più grandi innovatori della pittura.

Visse nella stessa epoca di Caravaggio, anch’egli paradossalmente visto in una chiave analoga, ma più nella veste di evasore che di innovatore. In questa singolare differenza risiede parte dello straordinario interesse che la figura di Annibale Carracci ha sempre destato nella storiografia. Malgrado la sua fama enorme, è notevole osservare come molti siano i punti controversi relativi alla sua arte.

Il primo luogo non è chiara la cronologia esatta di alcune opere cruciali, poco e mal documentate. In secondo luogo permane incerta l’interpretazione di capolavori decisivi, primi fra tutti gli affreschi della Galleria di palazzo Farnese a Roma, di cui, al di là della classica lettura che ne diedero gli storici seicenteschi, non sono ancora ben chiari il significato profondo e i tempi di lavorazione.

Malgrado questo è evidente che Annibale Carracci ebbe una posizione di assoluto spicco nella storia della pittura tra Cinquecento e Seicento, e anche il suo rapporto con Caravaggio resta uno degli aspetti più interessanti del panorama artistico dell’epoca.

Annibale Carracci fu visto dagli storici tra Seicento e Settecento come il nuovo Raffaello.  Tra gli innumerevoli esempi, basti ricordare una frase emblematica dell’importante erudito perugino Luigi Pellegrino Scaramuccia che, nel noto trattato Le Finezze de’ pennelli italiani (edito nel  1674) scrive, descrivendo una ricognizione di esperti nelle vie di Roma: “S’abbatterono alla fine nelle famosa, non meno che ammirabile, Galleria dipinta a fresco, quale per sempre a onta dell’Invidia sarà eternamente apprezzata per un singolar portento del pennello del grand’Annibale Carracci, poiché il disegno in essa in compagnia d’un perfetto clorito, eccellentemente trionfa, e gli artefici, le Maestrie, e le vaghe Inventioni vie sempre per quelle pareti, per meraviglia d’ogni ingegno, ad ogn’hora risplendono”. E questo sarebbe accaduto “ doppo il Sole del nostro Raffaello”.

Nella lettura di Scaramuccia sono già consolidati alcuni concetti che accompagneranno sempre, fin nei nostri tempi, la lettura di Annibale Carracci, tra cui evidentissima l’idea della conciliazione del colorito con il disegno, attribuendosi il dominio del colore alla scuola padana culminata nel Correggio e il disegno nella scuola romana culminata appunto in Raffaello.

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Testo tratto da Annibale Carracci, Claudio Strinati, Art Dossier


L’icona russa, ormai da duemila anni, costituisce l’immagine che la chiesa ha fornito al culto dei credenti come luogo della presenza di Dio.  La venerazione del religioso non si rivolge però all’immagine rappresentata, bensì a qualcosa di più profondo ed astratto, in altre parole a colui che in essa è rappresentato. Questo è il motivo principale per cui le fattezze dei soggetti rappresentati non sono realistiche come quelle di un ritratto.

Dice Sergij Bulgakov nel suo testo Ortodossia: “L’icona è una necessità essenziale per il culto… è infatti il luogo di presenza di grazia, come un’apparizione di Cristo. Si prega davanti all’icona di Cristo come davanti a Cristo stesso…L’esigenza di avere con sé e davanti a sé l’icona proviene dalla concretezza del sentimento religioso, che non si accontenta della sola contemplazione spirituale, ma cerca una vicinanza diretta sensibile, com’è naturale per l’uomo composto d’anima e di corpo…

La venerazione delle sante icone si fonda quindi non solo sul contenuto stesso delle persone o degli avvenimenti in essi raffigurati, ma sulla fede in questa beata presenza, che è data dalla fede in forza del rito di benedizione dell’icona. Mediante la benedizione avviene nell’icona di Cristo un misterioso incontro fra colui che prega e Cristo stesso…”.

Le icone più antiche risalgono probabilmente alla prima metà del IV secolo, quando il cristianesimo aveva già raggiunto una certa maturità. Secondo i Padri esse avrebbero potuto fornire un valido aiuto al consolidamento della fede.

La tecnica usata per l’esecuzione dalle prime icone è quella dell’encausto  -tecnica già nota agli egiziani- che consisteva nell’applicazione a caldo su supporto asciutto di colori impastati con cera.

A partire dal IX secolo, dopo il periodo di repressione religiosa rappresentato dall’iconoclastia, prese avvio a Costantinopoli, città prescelta dagli imperatori come loro sede, un periodo di splendore per tutte le produzioni artistiche, da quelle architettoniche (furono edificate più di cento chiese) a quelle delle icone.

Nel XII secolo l’icona subì l’influenza della produzione artistica costituita dai mosaici. Da essi in particolare fu ripreso il portamento delle figure, poste sempre frontalmente, e l’espressione semplice e severa dei volte.

Un altro periodo, oltre a quello delle lotte iconoclastiche, in cui la produzione delle immagini sacre fu soggetta ad una battuta d’arresto, fu quello delle crociate (XIII secolo), durante le quali la città di Costantinopoli fu ferocemente saccheggiata. Come conseguenza di questi tragici eventi , i più importanti artisti che risiedevano nelle città furono costretti a fuggire e a trasferirsi in città limitrofe, come Macedonia, Candia, Cipro: nonostante ciò essi continuarono a lavorare mantenendosi sempre fedeli alla tradizione bizantina.

Nel corso dei secoli successivi, l’icona torna ad essere una delle forme più rappresentative dell’arte, e le raffigurazioni diventano più delicate, raffinate e permeate da una maggiore umanità (XIV secolo), oltre che più complesse, con l’inserimento di paesaggi ed architetture che fungono da cornice per la figura umana (XV secolo).

La definitiva crisi della fede ortodossa dell’impero bizantino si ebbe nel 1453 quando gli ottomani conquistarono Costantinopoli. La produzione iconografica si spostò allora verso la Grecia, le isole del Mediterraneo e i Balcani, oltre che la Russia.

Le icone le mettevano sulle porte delle città, in casa al posto d’onore, le portavano nei campi di battaglia ed erano il simbolo più importante delle processioni. In sostanza erano presenze benefiche delle vita umana: nascono icone che proteggono le partorienti, davano conforto agli ammalati, vegliavano i moribondi, seguivano il defunto nella tomba, in attesa del Giudizio.

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Pennabilli Antiquariato, XLIX Antiquariato Mostra Mercato Nazionale dal 13 al 28 luglio 2019

La Mostra d’Antiquariato Città di Pennabilli è immersa nella storia e nel verde del Montefeltro, a cavallo tra Romagna e Marche.
A soli 40 km da Rimini, il Montefeltro è un luogo ideale per un week end lontano dalla calca della spiaggia, alla scoperta di castelli misteriosi e borghi fortificati, città ricche d’arte e di storia, freschi paesaggi lontani dal traffico e dal cemento, casolari dove la cucina e l’ospitalità sono rimaste quelle di un tempo.
In particolare, la città di Pennabilli è una piccola perla da scoprire, arroccata sulle pendici occidentali del Monte Carpegna. Pennabilli, caratteristica cittadina dall’impianto medioevale, deve il suo nome all’unione di due antichi castelli, quello dei Billi, sopra la Rupe e quello di Penna, sopra il Roccione.
Nonostante la piccola dimensione (attualmente conta circa 3.000 abitanti) Pennabilli vanta un passato ricchissimo di storia, che traspira dalle mura e dagli edifici perfettamente conservati. Pennabilli vanta infatti da un lato un legame con la signoria dei Malatesta, di cui vanta di essere la “culla”, prima che questa famiglia scendesse in Romagna, a Verucchio e Rimini; dall’altro la forte appartenenza al Ducato d’Urbino, che segna il destino marchigiano del centro e il legame con la famiglia dei Montefeltro prima e dei Della Rovere poi. Inoltre, Pennabilli è dal 1572 sede della Diocesi del Montefeltro (oggi denominata S. Marino Montefeltro): la Cattedrale, il Santuario di Sant’Agostino con il monumento della Madonna delle Grazie, il Convento delle Agostiniane, la Chiesa e l’Ospedale della Misericordia sono segno tangibile di questo importante ruolo ricoperto nei secoli.

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